Introduzione alla psicoanalisi
Lezione 35
Table of Contents
Sigmund Freud
una "concezione del mondo"
Signore e Signori, durante il nostro ultimo incontro ci siamo occupati di piccole preoccupazioni quotidiane, in un certo senso abbiamo modestamente riordinato la nostra casa. Oggi vogliamo prendere arditamente la rincorsa e arrischiare di rispondere a una domanda postaci più volte in varie sedi: se la psicoanalisi conduca a una determinata concezione del mondo ("Weltanschauung") e a quale. "Weltanschauung" é, temo, una parola specificamente tedesca, la cui traduzione in altre lingue potrebbe creare difficoltà. Qualsiasi definizione io possa tentare di questo concetto, vi apparirà sicuramente goffa. Ritengo che una Weltanschauung sia una costruzione intellettuale che, partendo da un determinato presupposto, risolve unitariamente tutti i problemi della nostra esistenza e nella quale, di conseguenza, nessun problema rimane aperto e tutto ciò che ci interessa trova il suo posto preciso. E' facile comprendere che il possedere una tale Weltanschauung rientra negli ideali desideri degli uomini. Avendo fede in essa si può sentirsi sicuri nella vita, si può sapere a che cosa aspirare e come collocare nel modo più opportuno i propri affetti e i propri interessi. Se questo é il carattere di una Weltanschauung, la risposta per quanto concerne la psicoanalisi diventa facile. Come scienza particolare, come ramo della psicologia - psicologia del profondo o psicologia dell'inconscio - essa é totalmente inadatta a crearsi una propria Weltanschauung: deve accettare quella della scienza. La Weltanschauung scientifica, tuttavia, si scosta notevolmente dalla definizione da noi data sopra. Accetta anch'essa l'unitarietà della spiegazione dell'universo, ma solo come un programma il cui adempimento é differito nel futuro. Quanto al resto, é contraddistinta da caratteristiche negative, dalla limitazione a quanto oggi é conoscibile e dal netto rifiuto di certi elementi a lei estranei.
Essa afferma che non c'é altra fonte di conoscenza dell'universo all'infuori dell'elaborazione intellettuale di osservazioni accuratamente vagliate - quindi all'infuori di ciò che noi chiamiamo ricerca e che, oltre a questa, non vi é alcuna conoscenza proveniente da rivelazione, da intuizione o da divinazione. Pareva che negli ultimi secoli questa concezione fosse molto vicina a ottenere il riconoscimento generale, ma nel nostro secolo spuntò, piena di presunzione, l'obiezione che una simile Weltanschauung é insieme misera e sconfortante, ignora le esigenze dello spirito umano e le necessità della mente umana. Non si potrà mai respingere abbastanza energicamente questa obiezione. Essa é del tutto priva di fondamento, poiché lo spirito e la mente sono oggetti della ricerca scientifica esattamente allo stesso modo di qualsiasi altra cosa estranea all'uomo. La psicoanalisi ha uno speciale diritto di farsi qui portavoce della concezione scientifica, giacché non le si può muovere il rimprovero di aver trascurato l'elemento mentale nella sua immagine del mondo.
Il suo contributo alla scienza consiste proprio nell'aver esteso la ricerca al campo mentale. Senza una simile psicologia, la scienza sarebbe sicuramente molto incompleta. Includendo però nella scienza l'esplorazione delle funzioni intellettuali ed emozionali dell'uomo (e degli animali), nell'atteggiamento globale della scienza stessa non cambia nulla, non ne risultano nuove fonti di sapere o nuovi metodi di ricerca. Tali sarebbero, se esistessero, l'intuizione e la divinazione, ma si può tranquillamente considerarle illusioni, appagamenti di impulsi di desiderio. E' facile anche riconoscere che simili esigenze nei confronti di una concezione del mondo hanno soltanto un fondamento affettivo. La scienza prende nota del fatto che l'anima umana produce tali esigenze, é pronta a esaminarne le fonti, ma non ha il benché minimo motivo di ritenerle giustificate. Al contrario, si sente esortata a separare accuratamente dal sapere tutto ciò che é illusione, risultato di tale esigenza affettiva. Ciò non significa affatto gettare da parte con disprezzo questi desideri o sottovalutarne il valore per la vita umana. Restiamo pronti a esaminare come si siano appagati nelle creazioni dell'arte, nei sistemi della religione e della filosofia, senza cionondimeno ignorare che sarebbe ingiusto ed estremamente inopportuno consentire il trasporto di queste esigenze nel campo della conoscenza.
Infatti in tal modo si aprirebbero le vie che portano nel regno della psicosi, sia di quella individuale che di quella di massa, e si sottrarrebbero preziose energie a quegli sforzi che si rivolgono alla realtà per trovare in essa, per quanto é possibile, la soddisfazione dei propri desideri e bisogni. Dal punto di vista della scienza é inevitabile, in questo campo, esercitare la critica e procedere con negazioni e rifiuti. E' inammissibile concepire la scienza come una sfera di attività dello spirito umano, e la religione e la filosofia come altre sfere, almeno equivalenti, nelle quali la scienza non deve interferire; dire che tutti questi campi hanno uguale pretesa di verità e ogni uomo é libero di scegliere quello da cui attingere le proprie convinzioni e in cui riporre la propria fede. Si ritiene che una simile visione sia particolarmente elevata, tollerante, vasta, scevra da gretti pregiudizi. Purtroppo essa non é sostenibile, condivide tutti i lati perniciosi di una Weltanschauung antiscientifica e praticamente le equivale. E' un fatto che la verità non può essere tollerante, non ammette compromessi né limitazioni; che la ricerca considera come propri tutti i campi dell'attività umana e ha il dovere di diventare inesorabilmente critica se un altro potere vuole confiscarne una parte per sé.
Dei tre poteri che possono contestare alla scienza ogni fondamento, solo la religione é un nemico serio. L'arte é quasi sempre innocua e benefica, non vuol essere nient'altro che illusione. Essa non si azzarda a fare incursioni nel regno della realtà, tranne che in poche persone, le quali sono come si suol dire "possedute" dall'arte. La filosofia non é antitetica alla scienza, si atteggia a scienza essa stessa e opera in parte con gli stessi metodi, ma se ne scosta col tener ferma l'illusione che sia possibile dare un quadro dell'universo coerente e privo di lacune, il quale peraltro crolla a ogni nuovo progresso del nostro sapere. Metodologicamente sbaglia nel sopravvalutare il valore conoscitivo delle nostre operazioni logiche e nel riconoscere fino a un certo punto altre fonti di conoscenza, come l'intuizione. E abbastanza spesso non appare ingiustificata la canzonatura del Poeta allorché dice del Filosofo: Con le sue pezze e le sue toppe Tura le lacune nella struttura dell'universo(1).
Ma la filosofia non ha un influsso diretto sulla grande massa degli uomini, forma l'interesse di un esiguo numero di persone persino fra lo strato più elevato degli intellettuali; per tutti gli altri é pressoché inafferrabile. La religione, per contro, é un immenso potere che ha a sua disposizione le più forti emozioni degli uomini. E' noto che una volta essa comprendeva tutti i fatti spirituali che hanno una parte nella vita umana, che teneva il posto della scienza quando una scienza quasi non esisteva, e che ha creato una visione del mondo di incomparabile coerenza e organicità, la quale, per quanto scossa, sussiste tutt'oggi. Se ci si vuol render conto della natura grandiosa della religione, si deve tener presente ciò che tenta di offrire agli uomini. Fornisce loro nozioni sulla provenienza e sulla genesi dell'universo, assicura protezione e felicità finale nelle alterne vicende della vita, e guida i pensieri e le azioni con precetti che hanno la forza della sua grande autorità. Assolve quindi tre funzioni. Con la primasoddisfa la sete umana di conoscenza, fa quello che la scienza tenta di fare con i propri mezzi e su questo punto entra in rivalità con essa. Alla sua seconda funzione va il merito della maggior parte della sua influenza. Quando placa l'angoscia degli uomini di fronte ai pericoli e alle alterne vicende della vita, quando assicura loro una felice conclusione e offre conforto nella sventura, la scienza non può competere con essa. La scienza, pur insegnando come si possono evitare certi pericoli, combattere con successo alcune sofferenze - sarebbe ingiusto negare che sia un potente aiuto per gli uomini, - in molte situazioni deve lasciare l'uomo nella sua sofferenza e non sa far altro che consigliarlo di assoggettarsi.
Nella sua terza funzione, nel dare precetti e nell'emanare divieti e limitazioni, la religione si allontana maggiormente dalla scienza. Quest'ultima infatti si accontenta di indagare e di registrare, benché dalle sue applicazioni derivino norme e consigli per la condotta nella vita, che possono eventualmente essere gli stessi che vengono offerti dalla religione ma, in tal caso, con una diversa motivazione. Il confluire di questi tre contenuti della religione non é del tutto evidente. Che cosa può avere in comune la spiegazione della genesi dell'universo con l'imposizione di determinati precetti etici? Più strettamente connesse con le esigenze etiche sono le assicurazioni di protezione e di felicità. Esse sono la ricompensa per l'adempimento di tali comandamenti; solo chi vi si adegua può contare su questi benefici, sui disubbidienti incombono castighi. Del resto, nella scienza c'é qualcosa di analogo: essa é convinta che chi ignora le sue applicazioni si espone a patire danni. La singolare compresenza nella religione di ammaestramenti, consolazioni, e richieste, si può comprendere solo se si sottopone la religione a un'analisi genetica. L'avvio é possibile dal punto più saliente dell'insieme, dall'insegnamento circa l'origine dell'universo: perché mai, infatti, una cosmogonia dovrebbe essere una componente regolare di ogni sistema religioso? La Dottrina, dunque, é che l'universo é stato creato da un essere simile all'uomo, ma ingigantito sotto tutti gli aspetti - potenza, saggezza, intensità delle passioni, - da un superuomo idealizzato. Se i creatori dell'universo sono degli animali, essi denunciano l'influsso del totemismo, che più avanti sfioreremo almeno con un'osservazione. E' interessante rilevare che questo creatore dell'universo é sempre uno, anche là dove c'é la credenza in molti déi. E' anche interessante che perlopiù egli é un uomo, benché non manchino affatto accenni a divinità femminili e talune mitologie facciano iniziare la creazione dell'universo con l'eliminazione, da parte di un dio maschile, di una divinità femminile, la quale viene abbassata al rango di mostro. A ciò si riallacciano curiosissimi problemi particolari, ma noi dobbiamo affrettarci. Il passo successivo ci é reso facile dal fatto che questo dio- creatore viene chiamato senza ambagi "padre". La psicoanalisi ne desume che si tratta realmente del padre, un padre magnifico quale appariva una volta al bambino. L'uomo religioso si raffigura la creazione del mondo come la propria origine. Si spiega allora facilmente come le consolanti assicurazioni e le severe esigenze etiche si combinino con la cosmogonia. Infatti, la stessa persona alla quale il bambino deve la propria esistenza, il padre (o, più esattamente, l'istanza parentale composta dal padre e dalla madre), lo ha anche protetto e sorvegliato quando era debole, inerme, esposto a tutti i pericoli che erano in agguato nel mondo esterno; sotto la sua tutela egli si é sentito sicuro. Divenuto adulto, l'uomo sa, é vero, di essere in possesso di forze maggiori, ma anche la sua comprensione dei pericoli della vita si é accresciuta ed egli ne trae giustamente la conclusione di essere rimasto, in fondo, ancora così inerme e indifeso come lo era nell'infanzia, di essere ancora un bambino di fronte al mondo. Neanche adesso vuole rinunciare alla protezione di cui ha goduto da piccolo. Da molto tempo ha pure riconosciuto che il padre é un essere strettamente limitato nel suo potere, che non dispone di vantaggi illimitati. Ricorre perciò all'immagine mnestica del padre, da lui tanto sopravvalutato nella sua infanzia, lo innalza a divinità e lo trasporta nel presente e nella realtà. La forza affettiva di questa immagine mnestica e il perdurare del suo bisogno di protezione, congiuntamente, sostengono la sua fede in Dio. Anche il terzo punto fondamentale del programma religioso, l'esigenza etica, si inserisce senza sforzo in questa situazione infantile. Vi ricordo la famosa sentenza di Kant, che nomina, l'uno di seguito all'altro, il cielo stellato e la legge morale entro di noi. Per quanto strano possa sembrare questo accostamento - che cosa possono avere a che fare i corpi celesti con il problema se una creatura umana ne ama o ne ammazza un'altra? - esso sfiora tuttavia una grande verità psicologica. Lo stesso padre (l'istanza parentale) che ha dato al bambino la vita e lo ha protetto dai suoi pericoli, gli ha anche insegnato che cosa gli é lecito fare e da che cosa si deve astenere, lo ha istruito ad accettare determinate limitazioni dei suoi desideri pulsionali, gli ha fatto capire che, se vuol diventare un membro tollerato e ben accetto della cerchia familiare e più tardi di associazioni più ampie, deve corrispondere all'attesa dei genitori e dei fratelli che vogliono essere rispettati. Mediante un sistema di premi dati con amore e di punizioni, il bambino viene educato alla conoscenza dei suoi doveri sociali, gli viene insegnato che la sua sicurezza nella vita dipende dal fatto che i genitori, e poi anche gli altri, lo amino e possano credere nel suo amore per loro. L'uomo introduce in seguito tutti questi rapporti, inalterati, nella religione. I divieti e le richieste dei genitori continuano a vivere nel suo intimo sotto forma di coscienza morale; con l'aiuto dello stesso sistema di ricompensa e di punizione, Dio regge il mondo degli uomini; dall'adempimento delle esigenze etiche dipende il grado di protezione e di felicità che é assegnato al singolo; nell'amore verso Dio e nella coscienza di essere da lui amato é fondata quella sicurezza che costituisce l'arma contro i pericoli del mondo esterno e del proprio ambiente umano. Infine, nella preghiera, l'uomo si é assicurato un'influenza diretta sulla volontà divina e quindi una partecipazione all'onnipotenza divina.
Immagino che mentre mi ascoltavate vi siate venuti ponendo numerosi interrogativi, ai quali vi farebbe piacere sentir rispondere. Non é questo il momento e la sede per farlo, ma sono sicuro che nessuna disamina di dettaglio del genere da voi richiesto scuoterebbe la nostra tesi che la Weltanschauung religiosa é determinata dalla situazione tipica dell'infanzia. Tanto più degno di nota, quindi, é che questa situazione, nonostante il suo carattere infantile, sia stata indubbiamente preceduta da un tempo senza religione, senza déi, il cosiddetto periodo animistico. Anche in questo stadio il mondo era pieno di esseri spirituali simili all'uomo (i "démoni"); tutti gli oggetti del mondo esterno fungevano da sede di questi esseri o forse si identificavano con loro, ma non c'era un potere superiore che li avesse creati e continuasse a dominarli e al quale ci si potesse rivolgere per chiedere protezione e aiuto. I démoni dell'animismo erano perlopiù di sentimenti ostili agli uomini, ma l'uomo dimostrava allora maggior fiducia nelle proprie forze di quanto non facesse in seguito. Egli era certamente afflitto di continuo da una gran paura di questi spiriti maligni, ma si difendeva mediante determinate azioni, alle quali attribuiva il potere di scacciarli. Non si riteneva impotente nemmeno sotto altri riguardi. Quando desiderava qualche cosa dalla natura, per esempio che piovesse, non rivolgeva una preghiera al dio delle stagioni, ma praticava una magia, dalla quale si aspettava un influsso diretto sulla natura, e che consisteva nell'eseguire qualcosa di simile alla pioggia. Nella lotta contro le forze del mondo circostante, la sua prima arma fu dunque la magia, prima precorritrice della tecnica dei giorni nostri. Presumiamo che la fiducia nella magia derivasse dalla sopravvalutazione delle proprie operazioni intellettuali, dalla fede nella "onnipotenza dei pensieri", che ritroviamo, del resto, nei nostri nevrotici ossessivi. Viene da pensare che gli uomini di quel tempo fossero particolarmente fieri delle loro acquisizioni in fatto di linguaggio, con le quali doveva accompagnarsi una grande facilitazione del pensare, sicché conferivano potere magico alla parola. Più tardi questo tratto fu adottato dalla religione "E Dio disse: 'Sia la luce!' e la luce fu". L'esistenza delle azioni magiche mostra d'altronde che l'uomo animistico non faceva affidamento semplicemente sulla forza dei propri desideri: si aspettava piuttosto il successo dall'esecuzione di un atto che avrebbe dovuto indurre la natura a imitarlo. Se voleva la pioggia, versava egli stesso dell'acqua; se voleva incitare il terreno alla fecondità, gli dava lo spettacolo di un rapporto sessuale tra i campi. Voi sapete quanto sia difficile che una cosa svanisca dopo che é pervenuta ad espressione psichica. Perciò non vi meraviglierà che molte manifestazioni dell'animismo si sono conservate fino ad oggi, perlopiù nella forma della cosiddetta superstizione, che accompagna e precede la religione. Dirò di più, non potete assolutamente negare che la nostra filosofia ha conservato tratti essenziali della mentalità animistica: la sopravvalutazione della magia della parola, la credenza che gli eventi reali del mondo seguano il corso che il nostro pensiero vuol loro assegnare. Insomma, siamo in presenza di un animismo senza pratiche magiche. Infine, possiamo supporre che già in quegli antichi tempi ci fosse una qualche specie di etica, ossia dei precetti sui rapporti intercorrenti fra gli uomini, ma nulla lascia credere che vi fosse un intimo nesso tra essa e le credenze animistiche. Probabilmente era l'espressione immediata dei rapporti di forza e dei bisogni pratici. Meriterebbe la pena di sapere che cosa abbia imposto il passaggio dall'animismo alla religione, ma potete immaginarvi quale oscurità avvolga ancor oggi quei primordi dell'evoluzione dello spirito umano. Sembra certo che la prima forma in cui si é manifestata la religione sia stata quella, assai singolare, del totemismo, il culto degli animali, al cui seguito comparvero anche i primi comandamenti etici, i tabù. In un libro, "Totem e tabù" (1912-13), ho elaborato uno spunto che fa risalire questa trasformazione a un sovvertimento nei rapporti della famiglia umana. L'opera principale della religione, nei confronti dell'animismo, sta nell'avere psichicamente impastoiato la paura dei démoni. Ciononostante a un vestigio dell'epoca primitiva, lo Spirito Maligno, é rimasto un posto nel sistema della religione.
Se questa é la preistoria della concezione religiosa del mondo, rivolgiamoci, adesso, a quel che accadde in seguito e che ancora sta succedendo sotto i nostri occhi. Lo spirito scientifico, corroborato dall'osservazione dei processi naturali, cominciò nel corso del tempo a trattare la religione come una faccenda umana e a sottoporla a esame critico. A questo la religione non ha potuto reggere. Dapprima furono i suoi racconti di miracoli a suscitare incredulità e sconcerto, perché erano in contraddizione con tutto quello che l'osservazione spassionata aveva insegnato e tradivano troppo chiaramente l'influenza dell'attività fantastica dell'uomo. Poi furono respinte le sue dottrine miranti a spiegare l'esistenza del mondo, poiché attestavano un'ignoranza che recava l'impronta dei tempi antichi, ignoranza cui ormai, grazie a un'accresciuta familiarità con le leggi della natura, ci sentivamo superiori. L'ipotesi che il mondo fosse sorto mediante atti di generazione o di creazione, in modo analogo all'origine del singolo uomo, non apparve più come la più ovvia ed evidente, da quando s'impresse nel pensiero la distinzione fra esseri animati mentalmente dotati e natura inanimata, per cui diventò impossibile persistere nell'originario animismo. Non vanno trascurate, inoltre, l'influenza dello studio comparato di differenti sistemi religiosi e la conseguente impressione del loro reciproco escludersi e della loro intolleranza. Irrobustito da questi assaggi, lo spirito scientifico trovò finalmente il coraggio di affrontare l'esame degli elementi più importanti e di maggior valore affettivo della Weltanschauung religiosa. Da sempre avrebbe dovuto essere chiaro - ma soltanto più tardi ci si arrischiò a esprimerlo - che anche le affermazioni della religione che promette all'uomo protezione e felicità, a patto che egli adempia a determinate richieste etiche, si dimostrano inattendibili. Non corrisponde al vero che nell'universo ci sia un potere che vegli con paterna sollecitudine sul benessere del singolo e che porti a buon fine tutto quanto lo riguarda. Al contrario, i destini degli uomini non sono conciliabili né con l'ipotesi della bontà universale né con quella, che in parte la contraddice, di una giustizia universale. Terremoti, mareggiate, incendi non fanno alcuna distinzione fra il buono e il pio e il malvagio o l'infedele. Anche dove la natura inanimata non c'entra e il destino del singolo dipende dai suoi rapporti con gli altri uomini, la regola non é che la virtù venga ricompensata e il malvagio abbia il suo castigo, bensì é il violento, l'astuto, la persona senza scrupoli che abbastanza spesso si accaparra i beni invidiati del mondo mentre il pio resta a bocca asciutta. Potenze oscure, insensibili e spietate determinano il destino umano; il sistema di ricompense e di castighi che secondo la religione regge il mondo apparentemente non esiste. Abbiamo qui ancora un'altra ragione per lasciar cadere quel po' di pan-psichismo che si era rifugiato dall'animismo nella religione. L'ultimo contributo alla critica della concezione religiosa del mondo é stato fornito dalla psicoanalisi, avendo essa indicato l'origine della religione nello stato indifeso del bambino e fatto derivare i suoi contenuti dai desideri e dai bisogni dell'infanzia, protrattisi sino nella maturità. Ciò non va propriamente inteso come una confutazione della religione, nondimeno é stato un necessario perfezionamento della sua conoscenza e, se non altro in un punto, un contraddirla, colpendola nella sua pretesa di avere origine divina. Benché in questo la religione non abbia torto, se si accetta la nostra spiegazione di Dio. Il giudizio riassuntivo della scienza sulla concezione religiosa é dunque questo: mentre le singole religioni contendono fra loro su quale di esse sia in possesso della verità, noi riteniamo che il contenuto di verità della religione possa essere del tutto trascurato. La religione é un tentativo di dominare il mondo dei sensi, nel quale siamo posti, per mezzo del mondo dei desideri, che abbiamo sviluppato in noi in seguito a necessità biologiche e psicologiche. Ma essa non può farlo. Le sue dottrine recano l'impronta dei tempi in cui sono sorte, tempi di ignoranza, appartenenti all'infanzia dell'umanità. Le sue consolazioni non meritano fiducia. L'esperienza ci insegna che il mondo non é un giardino d'infanzia. Le esigenze etiche, che la religione vuole accentuare, richiedono piuttosto altri fondamenti, in quanto esse sono indispensabili alla società umana ed é pericoloso connetterne l'osservanza con la fede religiosa. Se si cerca di inquadrare la religione nel percorso evolutivo dell'umanità, essa non appare come una conquista permanente, ma trova un riscontro nella nevrosi attraverso cui ogni uomo civilizzato deve passare nel suo cammino dall'infanzia alla maturità. Siete naturalmente liberi di criticare questa mia esposizione, e vi faciliterò io stesso il compito. Ciò che vi ho detto sul graduale sgretolarsi della Weltanschauung religiosa é stato certamente incompleto nella sua brevità. L'ordine di successione dei singoli stadi non é stato indicato in modo del tutto esatto; non é stata posta in luce la convergenza delle diverse forze che hanno destato lo spirito scientifico. Ho tralasciato anche i mutamenti che si sono verificati nella stessa concezione religiosa durante il periodo del suo indiscusso dominio e, poi, sotto l'influsso della critica che andava destandosi. Infine, ho limitato la mia discussione, a rigor di termini, a un'unica forma assunta dalla religione, cioè a quella dei popoli occidentali. Mi sono creato, per così dire, un modello anatomico ai fini di una dimostrazione veloce, che fosse il più possibile efficace. Lasciamo da parte la questione se la mia preparazione sarebbe comunque stata sufficiente a farlo meglio e in modo più completo. So che tutto quello che vi ho detto potete trovarlo altrove, meglio espresso, poiché non vi era nulla di nuovo. Lasciatemi tuttavia esprimere la convinzione che il più accurato scavo in materia di problemi religiosi non scuoterebbe il nostro risultato. Sapete benissimo che la lotta dello spirito scientifico contro la Weltanschauung religiosa non é giunta alla fine, ma sta ancora svolgendosi sotto i nostri occhi. Per quanto la psicoanalisi di solito faccia poco uso dell'arma della polemica, diamo pure uno sguardo agli argomenti di questa disputa. Forse ne otterremo un ulteriore chiarimento della nostra posizione nei confronti delle varie concezioni del mondo. Vedrete con quanta facilità potranno essere respinti alcuni degli argomenti addotti dai sostenitori della religione, anche se dobbiamo riconoscere che altri argomenti si sottraggono alla confutazione. La prima obiezione che ci é dato sentire afferma che da parte della scienza é una presunzione fare oggetto delle sue indagini la religione, poiché questa é qualcosa di sovrano, di superiore a qualsiasi attività dell'intelletto umano, qualcosa cui non é consentito avvicinarsi con una critica cavillosa. La scienza, in altri termini, non é competente a giudicare la religione, e quanto al resto é del tutto utile e apprezzabile fintantoché si limita al suo campo; ma questo campo non é la religione e qui essa non ha niente a che fare. Se non ci lasciamo scoraggiare da questa brusca presa di posizione e proseguiamo ponendo la domanda su che cosa si fondi questa pretesa di una posizione eccezionale fra tutte le cose umane, otteniamo in risposta ammesso che siamo ritenuti degni di una risposta - che la religione non può essere misurata col metro umano, poiché é di origine divina, ci fu data mediante rivelazione da uno Spirito che la mente umana non é in grado di comprendere. Mi pare che non ci sia nulla di più facile da controbattere di questo argomento, trattandosi di una palese "petitio principii", di un "begging the question" (in tedesco non conosco una buona espressione equivalente). Si sta giusto mettendo in discussione se ci sia uno spirito divino e una sua rivelazione, e così stando le cose non si decide sicuramente nulla dicendo che questo problema é improponibile, giacché la divinità non può essere messa in discussione. Si ha qui la stessa situazione che si verificava talvolta nel lavoro analitico. Se un paziente, solitamente ragionevole, respinge un determinato suggerimento con un pretesto particolarmente sciocco, questo punto debole nella sua logica garantisce l'esistenza di un motivo di opposizione particolarmente forte, il quale può essere solo di natura affettiva, un legame emotivo. Si può anche ottenere un'altra risposta, nella quale un simile motivo viene apertamente confessato. La religione non può essere sottoposta a esame critico, perché é quanto di più elevato, di più prezioso, di più sublime lo spirito umano abbia prodotto, perché dà espressione ai sentimenti più profondi, perché sola rende sopportabile il mondo e degna di essere vissuta la vita. Non é necessario rispondere contestando tale apprezzamento della religione, ma basterà rivolgere l'attenzione a un altro ordine di fatti. Faremo rilevare che non si tratta affatto di un'invasione dello spirito scientifico nel dominio della religione ma, al contrario di un'invasione della religione nella sfera del pensiero scientifico. Quali che possano essere il valore e il significato della religione, essa non ha alcun diritto di limitare in qualche modo il pensiero e non ha quindi nemmeno il diritto di escludere sé stessa dall'applicazione del pensiero. Il pensiero scientifico non é diverso, nella sua essenza, dall'attività mentale che noi tutti, credenti e miscredenti, impieghiamo nel disbrigo delle nostre faccende nella vita. Ha solo sviluppato alcuni tratti particolari: si interessa anche di cose che non hanno un utile immediato, tangibile; si sforza di tenere lontani fattori individuali e influenze affettive; esamina più rigorosamente l'attendibilità delle percezioni sensorie sulle quali fonda le sue conclusioni; si procura nuove percezioni, che non possono essere ottenute con i mezzi ordinari; e isola le condizioni di queste nuove esperienze in esperimenti intenzionalmente variati. La sua aspirazione é di raggiungere la concordanza con la realtà, ossia con ciò che esiste al di fuori e indipendentemente da noi e che, come l'esperienza ci ha insegnato, é decisivo per l'appagamento o la vanificazione dei nostri desideri. Questa concordanza con il mondo esterno viene da noi chiamata "verità". Essa é la meta costante del lavoro scientifico anche se prescindiamo dal suo valore pratico. Se quindi la religione afferma che può sostituire la scienza e che, per il fatto di essere benefica ed edificante, deve anche essere vera, é questo in effetti uno sconfinamento che tutti hanno interesse a respingere. Nessuno può pretendere che l'uomo - il quale ha imparato a sbrigare i suoi affari consueti regolandosi sull'esperienza e tenendo conto della realtà - affidi la cura dei suoi veri e più intimi interessi a un'istanza che considera suo privilegio l'essere esentata dalle norme del pensiero razionale. E per quanto riguarda la protezione che la religione promette ai suoi fedeli, io credo che nessuno di noi vorrebbe salire su un'automobile il cui guidatore dichiarasse non solo di infischiarsene delle regole del traffico, ma anche di seguire i capricci della sua fantasia esaltata. La proibizione di pensare, sancita dalla religione in funzione della propria autoconservazione, é tutt'altro che priva di pericoli sia per il singolo che per la collettività umana. L'esperienza analitica ci ha insegnato che tale proibizione, seppure originariamente ristretta a un determinato campo, ha la tendenza a estendersi e diviene quindi causa di gravi inibizioni nella condotta della persona. Questo effetto può tra l'altro essere osservato nel sesso femminile come conseguenza del divieto di occuparsi, anche solo col pensiero, della propria sessualità. Il danno provocato dall'inibizione religiosa del pensiero risulta dalle biografie di quasi tutti gli individui illustri dei tempi passati. Non dimentichiamo che l'intelletto o, per chiamarlo col nome che ci é familiare, la ragione - é uno dei poteri dai quali é lecito attendersi un influsso unificatore sugli uomini: su questi uomini così difficili da tenere uniti e quindi così mal governabili. Immaginate che cosa diventerebbe la società umana se ognuno avesse una propria tavola pitagorica e una speciale unità di peso e di misura. La nostra più viva speranza per il futuro é che l'intelletto (lo spirito scientifico, la ragione) col tempo ottenga una preminenza dittatoriale sulla vita psichica dell'uomo. La natura della ragione garantisce che in seguito essa non mancherà di concedere al lato emotivo dell'anima umana e a quanto ne discende il posto che gli spetta. Ma la coartazione collettiva imposta da un simile dominio della ragione si rivelerà come il più forte vincolo d'unione tra gli uomini fra loro e aprirà la strada a unioni ulteriori. Ciò che si oppone a un tale sviluppo, come la proibizione di pensare della religione, é un pericolo per il futuro dell'umanità. Ci si può chiedere perché la religione non ponga fine a questa controversia che non ha per lei prospettive dichiarando apertamente: "D'accordo che io non posso darvi ciò che comunemente vien chiamato 'verità'; per questa rivolgetevi alla scienza. Ma quello che ho da darvi é incomparabilmente più bello, più consolante, più edificante di qualsiasi cosa potrete mai ottenere dalla scienza. E perciò vi dico che esso é vero in un altro senso, più elevato". E' facile trovare la risposta. La religione non può fare questa ammissione perché in tal modo verrebbe a perdere la sua influenza sulla massa. L'uomo comune conosce una sola verità, nel senso comune della parola. Non sa immaginare che cosa possa essere una verità superiore o suprema. La verità non gli sembra capace di accrescimento più di quanto lo sia la morte ed egli non riesce a partecipare a questo salto dal bello al vero. Forse siamo tutti d'accordo che in questo ha ragione. Così la lotta non é terminata. I seguaci della Weltanschauung religiosa si muovono secondo l'antica massima: la miglior difesa é l'attacco. E insistono: "Ma che cos'é questa scienza che ha la presunzione di screditare la nostra religione dispensatrice a milioni di uomini per interi millenni di consolazione e salvezza? Che cosa ha realizzato finora dal canto suo? Che cos'altro possiamo aspettarci da essa? Per sua stessa ammissione, é incapace di recare conforto e di elevarci spiritualmente. Prescindiamo pure da questo, benché non sia una rinuncia facile. Ma che ne é delle sue teorie? Può dirci come ha avuto origine il mondo e a quale destino questo va incontro? E' in grado almeno di tracciarci un quadro coerente del mondo, mostrarci quale posto occupino i fenomeni inspiegati della vita, come le forze spirituali possano agire sulla materia inerte? Se lo potesse fare, non le negheremmo la nostra stima. Ma non ha ancora risolto nulla di tutto ciò, nessun problema di tal genere. Ci dà frammenti di presunta conoscenza che non riesce ad armonizzare tra loro, raccoglie osservazioni su un certo numero di regolarità nello svolgersi degli eventi, che contraddistingue col nome di leggi e sottopone alle sue azzardate interpretazioni. E quale scarso grado di certezza attribuisce ai suoi risultati! Tutto quello che insegna vale solo provvisoriamente; ciò che oggi é decantato come suprema sapienza, domani viene ripudiato e sostituito con qualcos'altro, e sempre solo a titolo di prova. Poi l'ultimo errore si chiama verità. E a questa verità noi dovremmo sacrificare il nostro sommo bene!". Signore e Signori, la mia opinione é che se aderite alla concezione scientifica del mondo che viene qui attaccata, questa critica vi lascerà abbastanza indifferenti. Nell'Austria imperiale un tempo circolava una storiella che vorrei ricordare a questo proposito. Il Vecchio Signore gridò una volta alla delegazione di un partito che gli dava fastidio: "Questa non é più un'opposizione normale, é un'opposizione faziosa!". Analogamente, ammetterete che i rimproveri mossi alla scienza per non aver ancora risolto l'enigma dell'universo sono esagerati in una maniera che é insieme ingiusta e astiosa; davvero, non c'é stato neanche il tempo perché la scienza raggiungesse simili traguardi. La scienza é molto giovane, é un'attività umana sviluppatasi tardi. Teniamo presente, per scegliere solo alcune date, che sono trascorsi circa trecento anni da quando Keplero trovò le leggi del moto planetario; che Newton, che scompose la luce nei suoi colori e ideò la teoria della forza di gravità, si spense nel 1727, quindi poco più di duecento anni fa; e che Lavoisier scoprì l'ossigeno poco prima della Rivoluzione francese. L'esistenza umana é molto breve in confronto ai tempi dell'evoluzione umana; benché io sia oggi un uomo molto vecchio, cionondimeno ero già al mondo quando Darwin dette alle stampe la sua opera sull'origine delle specie. Nello stesso anno 1859 nacque lo scopritore del radio, Pierre Curie. E se risalite ancora più indietro, agli albori delle scienze esatte presso i Greci, ad Archimede, ad Aristarco di Samo (intorno al 250 avanti Cristo), che fu il precursore di Copernico, o addirittura ai primi inizi dell'astronomia presso i Babilonesi, avrete coperto solo una piccola frazione dello spazio di tempo che secondo l'antropologia é richiesto per l'evoluzione dell'uomo dalla sua forma primitiva simile a quella della scimmia, e che abbraccia sicuramente più di un migliaio di secoli. E non dimentichiamo che l'ultimo secolo ha portato una tal quantità di nuove scoperte, una tale accelerazione del progresso scientifico, che abbiamo tutte le basi per guardare con fiducia al futuro della scienza. Alle altre critiche, dobbiamo in una certa misura dare ragione. E' vero che il cammino della scienza é lento, faticoso e incerto. Inutile negarlo o tentare di cambiare le cose. Non c'é da meravigliarsi che i signori dell'altro fronte ne siano insoddisfatti, dato che sono viziati, avendo la Rivelazione reso loro tutto più facile. Il progresso del lavoro scientifico si compie in modo del tutto simile a quello dell'analisi. Si comincia il lavoro aspettandosi determinati risultati, ma guai se ci si lascia prendere dalla precipitazione. Mediante l'osservazione si impara, un po' qui un po' là, qualcosa di nuovo, ma a tutta prima i pezzi non combaciano. Si procede a congetture, ci si aiuta con costruzioni accessorie, che vengono ritrattate qualora non trovino conferma, si fa uso di molta pazienza, si é pronti a ogni eventualità, si rinuncia a convinzioni precedenti per non trascurare, sotto il loro peso, nuovi e inattesi fattori; e alla fine tutta la fatica viene ripagata, le scoperte sparse trovano il loro luogo d'incastro, si acquista la visione di tutto un settore dell'accadere psichico, si é portato a termine un compito e si é liberi per il seguente. Si noti che nell'analisi si deve fare a meno dell'aiuto dato alla ricerca dall'esperimento. Nella critica mossa alla scienza a quest'ultimo proposito c'é anche una buona dose di esagerazione. Non é vero che essa brancoli ciecamente da un esperimento all'altro, scambi un errore con un altro. Normalmente lavora come l'artista sul modello d'argilla, il quale modifica instancabilmente l'abbozzo greggio, aggiungendo e togliendo finché non raggiunge un grado soddisfacente di somiglianza con l'oggetto veduto o immaginato. Già oggi inoltre, perlomeno nelle scienze più antiche e mature, c'é un fondamento solido che viene solo modificato e affinato, ma non più demolito. Non va tutto male, nell'attività scientifica. E in definitiva, a che cosa mirano queste appassionate denigrazioni della scienza? Malgrado la sua odierna incompiutezza e le difficoltà insite in essa, rimane indispensabile per noi e nulla la può sostituire. E' suscettibile di insospettati perfezionamenti, mentre la Weltanschauung religiosa non lo é. Quest'ultima é compiuta sotto tutti gli aspetti essenziali; se fu un errore, deve rimanerlo per sempre. Nessun deprezzamento della scienza può minimamente alterare il fatto che essa non prescinde dalla nostra dipendenza dal mondo esterno reale, mentre la religione é illusione e trae la sua forza dalla condiscendenza ai moti pulsionali di desiderio.
Mi vedo obbligato a menzionare anche altre concezioni del mondo che si trovano in contrasto con quella scientifica; tuttavia lo faccio malvolentieri, perché so che mi manca la dovuta competenza per giudicarle. Accogliete pertanto le osservazioni seguenti tenendo presente quest'avvertenza e se risveglierò il vostro interesse cercate di istruirvi meglio altrove. In primo luogo andrebbe qui fatto un cenno ai diversi sistemi filosofici che hanno osato tracciare l'immagine dell'universo così come essa si rispecchia nella mente del pensatore, che perlopiù é estraniato dal mondo. Ma ho già tentato di dare una caratterizzazione generale della filosofia e dei suoi metodi e sono senz'altro inadatto, quanto forse nessun altro, a valutare i singoli sistemi. Vi invito quindi a considerare con me altre due manifestazioni tipiche della nostra epoca, sulle quali non si può sorvolare. La prima di queste concezioni del mondo fa in certo qual modo riscontro all'anarchismo politico, forse ne é un'emanazione. Nichilisti intellettuali erano certo esistiti già in precedenza, ma si direbbe che attualmente la teoria della relatività della fisica moderna abbia dato loro alla testa. Essi partono dalla scienza, ma intenderebbero costringerla all'autorinnegazione, al suicidio; le conferiscono il compito di togliersi di mezzo da sé nel momento che confuta essa stessa le proprie pretese. Spesso si ha l'impressione che questo nichilismo sia solo un atteggiamento temporaneo che verrà mantenuto finché il compito sopra accennato sarà stato portato a termine. Dopo che sarà stata eliminata la scienza, nel posto rimasto libero potrà trionfare un qualsiasi misticismo, oppure ancora La vecchia Weltanschauung religiosa. Secondo la dottrina anarchica, non vi é alcuna verità, alcuna conoscenza accertata del mondo esterno. Ciò che noi spacciamo per verità scientifica é solo il prodotto dei nostri bisogni, così come sono spinti a manifestarsi dal variare delle condizioni esterne, ed é quindi a sua volta illusione. In fondo, noi troviamo solo ciò di cui abbiamo bisogno e vediamo solo ciò che vogliamo vedere. Non possiamo fare altrimenti. Dal momento che il criterio della verità - la concordanza con il mondo esterno - viene a mancare, é del tutto indifferente a quali opinioni aderiamo. Tutte sono ugualmente vere e ugualmente false. E nessuno ha il diritto di accusare l'altro di errore. Chi é portato per la gnoseologia potrà magari indagare per quali vie e con quali sofismi gli anarchici riescano ad arrivare a tali conclusioni partendo dalla scienza. E' probabile che s'imbatta in situazioni simili a quelle che derivano dal noto paradosso: "Un Cretese dice: tutti i Cretesi sono bugiardi" eccetera. A me però mancano la voglia e la capacità di andare più a fondo su questo punto. Posso soltanto dire che la dottrina anarchica sembra tanto meravigliosa finché si riferisce a opinioni su cose astratte; nella vita pratica crolla al primo passo. Ora, le azioni degli uomini sono guidate dalle loro opinioni, dalle loro conoscenze, e lo stesso spirito scientifico specula sulla struttura degli atomi e sulla provenienza dell'uomo e progetta la costruzione di un ponte capace di portare un carico; se fosse realmente indifferente credere in una cosa o nell'altra, se fra le nostre opinioni non ci fossero conoscenze contraddistinte dalla loro concordanza con la realtà, potremmo costruire ponti tanto di cartone quanto di pietra, iniettare al malato un decigrammo di morfina invece di un centigrammo, impiegare per la narcosi gas lacrimogeno al posto dell'etere. Ma anche gli intellettuali anarchici respingerebbero energicamente simili applicazioni pratiche della loro teoria. L'altra opposizione va presa assai più seriamente, e in questo caso rimpiango più che mai l'insufficienza della mia informazione. Presumo che su questo argomento ne sappiate più di me e che da tempo abbiate preso posizione pro o contro il marxismo. Le indagini di Karl Marx sulla struttura economica della società e sull'influsso delle diverse forme di produzione su tutti i campi della vita umana hanno acquistato nel nostro tempo un'incontestabile autorità. Fino a che punto, nel dettaglio, corrispondano al vero o siano errate, non posso naturalmente saperlo. Ho inteso che non riesce facile nemmeno ad altri, meglio informati. Nella teoria marxista mi hanno reso perplesso certe tesi, come quella che l'evoluzione delle forme sociali é un processo entro l'ambito della storia naturale, o che i mutamenti nella stratificazione sociale scaturiscono l'uno dall'altro allo stesso modo di un processo dialettico. Non sono sicuro di comprendere esattamente queste affermazioni, che non mi sembrano nemmeno "materialistiche", ma piuttosto un rimasuglio di quell'oscura filosofia hegeliana attraverso la cui scuola era passato anche Marx. Non so in che modo liberarmi dalla mia mentalità profana, che é abituata a far risalire la formazione delle classi sociali alle lotte che si svolsero, fin dall'inizio della storia, fra le orde umane dissimili sia pur lievemente tra loro. Le differenze sociali, a mio parere, furono originariamente differenze di stirpe o di razza. Decisero della vittoria fattori psicologici quali il grado di aggressività costituzionale, ma altresì la solidità dell'organizzazione all'interno dell'orda, e fattori materiali come il possesso delle armi migliori. Nella convivenza sullo stesso territorio i vincitori diventarono i padroni, i vinti gli schiavi. Non c'é qui alcuna legge naturale o metamorfosi concettuale da scoprire. Per contro, é inconfondibile l'influenza che il progressivo dominio delle forze naturali esercita sui rapporti sociali degli uomini, dal momento che questi pongono sempre i nuovi mezzi di potenza che acquisiscono al servizio della loro aggressività e li usano gli uni contro gli altri. L'introduzione del metallo, del bronzo e del ferro ha segnato la fine di intere civiltà e delle loro istituzioni sociali. Io credo realmente che sia stata la polvere da sparo, l'arma da fuoco, ad abolire la cavalleria e il dominio aristocratico e che il dispotismo russo fosse già condannato prima che perdesse la guerra, poiché nessun incrocio fra le famiglie regnanti in Europa avrebbe potuto generare una stirpe di zar capace di resistere alla forza esplosiva della dinamite. Chissà, forse con la presente crisi economica, seguita alla guerra mondiale, non facciamo che pagare lo scotto per l'ultima grandiosa vittoria sulla natura, la conquista dello spazio aereo. Ciò non sembra molto convincente, ma si possono se non altro riconoscere chiaramente i primi anelli della catena. La politica dell'Inghilterra si fondava sulla sicurezza garantitale dal mare che lambisce le sue coste. Dal momento in cui Bleriot ebbe sorvolato in aeroplano la Manica, questo isolamento protettivo fu infranto, e la notte in cui, in tempo di pace e a scopo di esercitazione, uno Zeppelin tedesco volteggiò sopra Londra, la guerra contro la Germania divenne praticamente cosa decisa (2). Non va neppure dimenticata, a questo riguardo, la minaccia costituita dal sommergibile. Quasi mi vergogno di trattare un tema di tale importanza e complessità accompagnandolo con così pochi e insufficienti commenti; so anche di non avervi detto nulla che vi giunga nuovo. Quello che mi preme é solo farvi rilevare che tra l'uomo e il suo dominio della natura, da cui egli trae le armi per lottare contro i propri simili, si stabilisce un rapporto che deve necessariamente influire anche sulle istituzioni economiche. Può sembrarvi che ci siamo molto allontanati dai problemi della "concezione del mondo", ma vi ritorneremo subito. La forza del marxismo non risiede evidentemente nella sua concezione della storia e nella predizione del futuro che su di essa si basa, bensì nell'aver acutamente dimostrato l'influenza coattiva che le condizioni economiche degli uomini hanno sui loro atteggiamenti intellettuali, etici e artistici. E' stata così scoperta una serie di nessi e di implicazioni, fino allora quasi completamente ignorati. Ma non si può ipotizzare che i motivi economici siano i soli a determinare il comportamento dell'uomo nella società. Già l'indubbio dato di fatto che persone, razze e popoli diversi si comportano differentemente nelle medesime condizioni economiche, esclude il dominio assoluto dei fattori economici. Quando si tratta delle reazioni di esseri umani viventi, non si comprende come possano essere ignorati i fattori psicologici, poiché non solo tali fattori avevano già avuto parte nell'instaurazione di quei rapporti economici, ma anche sotto il dominio di questi rapporti gli uomini non possono che esplicare le loro originarie spinte pulsionali: la loro pulsione di autoconservazione, la loro aggressività, il loro bisogno di amore, il loro anelito a ottenere piacere e a evitare dispiacere. Già in precedenza abbiamo fatto valere le importanti esigenze del Super-io, che rappresenta la tradizione e gli ideali del passato e che, per un certo tempo, opporrà resistenza alle sollecitazioni derivanti da una nuova situazione economica. Non dimentichiamo, infine, che sulla massa degli uomini, soggetti alle necessità economiche, é in atto anche il processo dell'incivilimento (civilizzazione, dicono altri), che viene certo influenzato da tutti gli altri fattori, ma che é sicuramente indipendente da essi per quanto riguarda la sua origine, essendo comparabile a un processo organico, ed é perfettamente in grado di agire per parte sua sugli altri fattori. Esso sposta le mete pulsionali e fa sì che gli uomini si oppongano a quanto fino a quel momento avevano tollerato. Sembra inoltre che il progressivo rafforzamento dello spirito scientifico ne sia parte essenziale. Se qualcuno fosse in grado di dimostrare nei dettagli il modo in cui questi diversi fattori - la generale predisposizione pulsionale umana, le sue varianti razziali e le sue trasformazioni culturali - si comportano nelle varie condizioni in cui vengono a trovarsi classe sociale, attività professionale e possibilità di guadagno - inibendosi e promuovendosi a vicenda, se qualcuno potesse fare questo, darebbe al marxismo l'integrazione necessaria per farne una vera scienza sociale. Infatti anche la sociologia, che tratta del comportamento dell'uomo nella società, non può essere altro che psicologia applicata. A rigor di termini ci sono solo due scienze: la psicologia, pura e applicata, e la scienza naturale. Con la scoperta ricca di implicazioni dell'importanza delle condizioni economiche, affiorò la tentazione di non lasciare i mutamenti di queste ultime allo sviluppo storico, ma di imporli mediante un intervento rivoluzionario. Ora, nella sua attuazione nel bolscevismo russo, il marxismo teorico ha acquisito l'energia, la compiutezza, il carattere esclusivo di una concezione del mondo, ma nel contempo anche una terribile somiglianza con ciò che esso combatte. Benché originariamente esso stesso parte della scienza, e costruito, nella sua attuazione, sulla scienza e sulla tecnica, ha tuttavia dato luogo a un vietamento del pensare che é tanto implacabile quanto, a suo tempo, quello della religione. Un esame critico della teoria marxista é vietato, i dubbi sulla sua esattezza vengono puniti così come una volta l'eresia dalla chiesa cattolica. Le opere di Marx hanno preso, come fonte di rivelazione, il posto della Bibbia e del Corano, benché non sembrino più esenti da contraddizioni e da oscurità di questi più antichi libri sacri. E benché il marxismo pratico abbia fatto inesorabilmente piazza pulita di tutti i sistemi idealistici e di tutte le illusioni, ha generato a sua volta illusioni che non sono meno discutibili e gratuite delle precedenti. Esso spera di cambiare, nel corso di poche generazioni, la natura umana in modo tale che nel nuovo ordine sociale risulti una convivenza quasi esente da attriti e che gli uomini si assumano senza costrizione i compiti del lavoro. Intanto trasporta altrove le restrizioni pulsionali indispensabili in ogni società e devia verso l'esterno le tendenze aggressive che minacciano ogni collettività umana, mentre trova sostegno nell'ostilità dei poveri verso i ricchi, di coloro che prima non contavano nulla contro i precedenti detentori del potere. Ma una simile trasformazione della natura umana é molto inverosimile. L'entusiasmo con il quale le masse seguono attualmente l'incitamento bolscevico, fin tanto che il nuovo ordine é incompiuto e minacciato dall'esterno, non da alcuna sicurezza per un futuro nel quale esso sarà condotto a compimento e fuori pericolo. Anche il bolscevismo, in modo del tutto analogo alla religione, deve compensare i suoi fedeli per le sofferenze e le privazioni della vita presente con la promessa di un aldilà migliore, nel quale non si darà più alcun bisogno insoddisfatto. Questo paradiso, tuttavia, deve essere nell'aldiqua, deve venir istituito sulla terra e inaugurato entro un periodo prevedibile di tempo. Ma rammentiamoci che anche gli Ebrei, la cui religione non conosce una vita nell'aldilà, hanno aspettato l'arrivo sulla terra del Messia, e che il Medioevo cristiano ha creduto varie volte che il regno di Dio fosse imminente. Non ci sono dubbi sulla risposta che il bolscevismo darà a queste obiezioni. Esso dirà che finché gli uomini non saranno cambiati nella loro natura, dobbiamo servirci dei mezzi che oggi hanno effetto su di loro; nell'educarli, é impossibile fare a meno della costrizione, della proibizione di pensare, dell'impiego della violenza fino allo spargimento di sangue, e se non destassimo in loro quelle illusioni, non li indurremmo nemmeno a piegarsi a questa costrizione. E potrebbe chiederci, gentilmente, che gli si dica pure come si potrebbe fare altrimenti. In tal modo saremmo messi con le spalle al muro. Io non saprei dare alcun consiglio. Confesserei che le condizioni di questo esperimento avrebbero scoraggiato me e la gente come me dall'intraprenderlo; ma non siamo gli unici ad avere voce in capitolo. Ci sono anche uomini d'azione, irremovibili nelle loro convinzioni, inaccessibili al dubbio, insensibili alle sofferenze degli altri qualora si frappongano alle loro intenzioni. Dobbiamo a tali uomini se il grandioso esperimento di un ordine nuovo é attualmente in corso in Russia. In un'epoca in cui grandi nazioni annunciano di aspettarsi la salvezza dal mantenimento della fede cristiana, la rivoluzione in Russia malgrado tutti i particolari sgradevoli - appare il messaggio di un futuro migliore. Purtroppo né dal nostro dubbio né dalla fede fanatica degli altri scaturisce un'indicazione su quello che sarà l'esito dell'esperimento. Il futuro lo insegnerà; forse mostrerà che l'esperimento fu intrapreso prematuramente, che un cambiamento radicale dell'ordine sociale ha poche prospettive di successo, finché nuove scoperte non avranno accresciuto il nostro dominio delle forze naturali e quindi facilitato il soddisfacimento dei nostri bisogni. Solo allora, forse, diverrà possibile che un nuovo ordine sociale non solo scongiuri il bisogno materiale delle masse, ma esaudisca anche le esigenze culturali dell'individuo. Invero, anche allora avremo da lottare per un periodo lunghissimo di tempo con le difficoltà che l'indomabile natura umana procura a ogni genere di comunità sociale.
Signore e Signori, consentitemi, per concludere, di riassumere quanto ebbi a dire sulla relazione che la psicoanalisi ha con il problema della "concezione del mondo". La psicoanalisi, a mio parere, é incapace di crearsi una sua particolare Weltanschauung. Essa non ne ha bisogno, é parte della scienza e può aderire alla Weltanschauung scientifica. Questa, tuttavia, quasi non merita tale nome altisonante, perché non abbraccia ogni cosa, é troppo frammentaria, non ha alcuna pretesa di essere un tutto in sé compiuto e di costituire un sistema. Il pensiero scientifico é ancora molto giovane, non é ancora potuto venire a capo di moltissimi dei sommi problemi. Una concezione del mondo eretta sulla scienza ha, tranne l'accentuazione del mondo esterno reale, tratti essenzialmente negativi, come quello di accettare la verità, di rifiutare le illusioni. Chi fra di noi mortali é insoddisfatto di questa situazione, chi pretende qualcosa di più per trovare una momentanea consolazione, cerchi questo qualcosa dove potrà trovarlo. Noi non ce ne avremo a male: non possiamo aiutarlo, ma nemmeno, per riguardo a lui, pensare diversamente.
NOTA 1: Heine, "Il libro dei canti", "Il ritorno", N. 58.
NOTA 2: Così mi fu riferita nel primo anno di guerra da fonte fidata.